Affamato di futuro

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Nei decenni prima di tangentopoli si governava male, corruzione e mafia erano al top, ma il consenso era lo stesso assicurato da una spesa pubblica clientelare che accontentava tutte le fasce sociali.

Con la seconda repubblica, quando il contesto internazionale non ha più permesso agli italiani di vivere al di sopra delle proprie possibilità, i nodi sono venuti al pettine.

I governanti sono stati costretti per la prima volta a tagliare la spesa pubblica e il nostro Stato ha cominciato a perdere quella fisionomia di statalismo sovietico incarnatosi in un paese occidentale.

La scomparsa dei riferimenti politici tradizionali dentro i partiti, che facevano sembrare la mafia invincibile, e il disagio economico dei cittadini, che hanno reso odiosa e inaccettabile quella corruzione fino a quel momento metabolizzata, sono riusciti a mitigare alcuni degli aspetti più criticabili della prima repubblica, senza però innescare quei cambiamenti (riforme coraggiose e mentalità liberale) che avrebbero potuto agganciare l’Italia ai paesi più civili e moderni d’Europa.

Incastrati da questa inconsapevolezza popolare, nella seconda repubblica chiunque è andato al governo si è trovato costretto a dover cambiare quelle norme del passato che, essendo a debito, erano insostenibili e stavano continuando a rubare il futuro dei giovani.

E non è difficile capire che, non volendo perdere il consenso, chi in questi anni ha governato l’Italia ha sempre finito per far riforme meno incisive del necessario, tra l’altro con l’ostruzionismo dell’alta magistratura che si è sempre messa di traverso, quale guardiana a difesa dello status quo.

E in questa confusione generale in ogni stagione le opposizioni, abusando di fake news, hanno avuto gioco facile a far odiare il governante di turno.

Oggi, con questi sterili stop and go, si è finiti per far diventare protagonista indiscusso della politica italiana un’estrema destra che con disinvoltura è riuscita a ridar dignità nel paese al razzismo, al nazionalismo ed all’iperstatalismo, insomma ad un kit di ‘specificità’ che avvicina l’Italia all’Ungheria, che trova in Putin e Trump i suoi mentori e che col paese della bellezza, del buon gusto e della tolleranza non c’entrano proprio niente.

È probabile che questa fase non durerà, ma nel mentre l’offerta politica ha la capacità di riorganizzarsi per creare un’alternativa credibile ed attrarre chi ha fame di futuro?
Nascerà un soggetto politico post-ideologico, liberale, europeista, non post-comunista, né linkato a sindacati o chiesa cattolica, lontano dalle facce protagoniste dello sfascio del paese, che riesca ad indicare in maniera convincente una strada stretta ma fattibile che conduca l’Italia fuori dalle secche della conservazione? Da un declino iniziato negli anni ’70 e mai fermatosi? Ci spero.


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