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Amicizia, generosità e riconoscenza

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Due parole vanno bandite dal lessico politico: amicizia, generosità. Il compito della politica non è favorire l’amicizia tra le persone. Né tributare onori alla generosità dei colleghi. Soprattutto se della stessa parte politica, disinteressatamente. Ecco perché la politica è la più straordinaria scuola di formazione della vita reale: perchè la materia prima che tratta é l’essere umano. E’ nel rapporto tra le persone che si esercita incessantemente il conflitto. Naturalmente, non intendo dire che l’amicizia in politica non esista. Anzi: un’amicizia che regga al tempo nel mezzo dell’agone pubblico e delle sue tempeste è qualcosa di straordinariamente prezioso. Intendo una cosa diversa: che il collegamento in politica tra persone dev’essere basato sulla condivisione degli obiettivi. Forse, per questo ho osservato il Partito Democratico, in questi due anni di vita, come uno dei luoghi densi di maggiori disistime e inimicizie. Non perché i suoi dirigenti siano malvagi. Ma perché solo una spedita andatura, in una direzione abbastanza precisa, con una guida sufficientemente salda, può far muovere la truppa. Solo la forza di un progetto rende anche le inimicizie governabili, o trascurabili. Stare fermi, guardando in tutte le direzioni, senza leadership riconosciuta né traguardi condivisi: ecco la garanzia che lo scontro si ingigantisca all’interno e sia veramente dannoso. Personalmente, quando mi viene riconosciuta “generosità”, o “straordinaria generosità”, reagisco con plateale scongiuro. Il sottotitolo invisibile di quel complimento recita infatti: “Ce lo siamo levato dai coglioni”. La generosità, requisito basilare dell’azione politica, lo è in quanto rivolta alla promozione della dignità e alla crescita dell’altro. Ma, nella vita politica, ogni atto di generosità é figlio di una valutazione politica. Di un legittimo calcolo. E’ parte di un disegno, qualche volta anche nobile. Non considero come un tradimento il dissenso politico che porti alla rottura di sodalizi anche antichi: è il flusso della vita, è la capacità di rinnovarsi e mettersi in discussione, che ci accompagna fino all’ultimo giorno della vita. Una cosa non tollero serenamente: la viltà di chi ha ricevuto un investimento oltre i suoi meriti. Qui valgono, duemila anni dopo, le parole di Seneca: Alter statim oblivisci debet dati, alter accepti numquam. Colui che ha dato deve dimenticarlo subito, ma l’altro non deve mai scordarsi di quel che ha ricevuto. (Francesco Rutelli)


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