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Ce lo possiamo ancora permettere un Paese così?

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Ce la possiamo permettere una classe dirigente che considera i propri privilegi una variabile indipendente dai risultati? Ce lo possiamo permettere un Paese dove i nonni con le loro spropositate pensioni rubano risorse ai nipoti? Ce lo possiamo permettere il fatto che il diritto a non essere giudicati è dato per scontato tra i lavoratori e dai sindacati? Che nel pubblico l’unico criterio è l’anzianità, senza alcuna correlazione fra la dinamica retributiva e la valutazione del merito individuale? Ci possiamo permettere una scuola dove i docenti lavorano 594 ore contro una media OCSE di 704 ore, in pratica un giorno in meno a settimana? Con una paga oraria più alta della media OCSE e una pensione pari al 95% dell’ultimo stipendio contro un indice attorno al 70% negli altri Paesi europei? Ci possiamo permettere una durata media del processo per un contratto non rispettato di 1.210 giorni contro i 190 giorni della Danimarca? Il PIL pro capite italiano è sceso rispetto alla media dell’area euro da 105 nel 1988 a 94 nel 2007. Nell’attrazione degli investimenti esteri siamo in caduta libera scendendo dal 18° posto del 1990 al 25° posto del 2000 al 29° posto del 2005. Nel 2007 sono fallite 245.843 imprese, il 4,8% di tutte le aziende italiana, con un aumento dal 2000 al 2007 del 9,3%. Negli ultimi dieci anni la quota italiana del mercato mondiale è precipitata del 40%, soprattutto per un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto, salito fra il 1996 e il 2005 del 20%, contro un calo del 10% in Francia e Germania. Per confrontarsi con qualche chance di farcela in un contesto così difficile ci vorrebbe un ceto dirigente giovane, deciso a sfidare l’impopolarità scommettendo sul domani, ma al contrario in tutti i settori vitali siamo governati da vecchi. Come si vince una guerra mandando al fronte i vecchi? Un’ultima battuta sui fantomatici fondi per la ricerca scientifica quale leva strategica per il rilancio italiano. Aumentarli a contesto immutato sarebbe uno sterile spreco di risorse, perchè, seppure spendiamo poco più dell’1% del PIL, senza l’adozione di criteri di assegnazione fondati sul merito la distribuzione dei fondi sarebbe l’ennesimo ammortizzatore sociale.


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