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C’è stato un tempo in cui

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C’è stato un tempo in cui illustri pensatori, e poi partiti politici, hanno considerato l’eguaglianza l’obiettivo a cui puntare per il miglioramento della società. L’idea ha suggestionato milioni di persone, ma è fallita perché gli uomini non sono tutti uguali: c’è chi è più bravo e chi è meno bravo, chi è più intelligente e chi è meno intelligente, chi fa più sacrifici perché desidera eccellere e chi non pensa che a star tranquillo e a godersi la vita. L’egualitarismo non poteva funzionare ed è nata l’ipocrisia di regime: gli uomini sono tutti uguali, ma alcuni uomini sono più uguali degli altri. Oggi sono in tanti a constatare che senza meritocrazia ogni sistema sociale si inceppa, viene a mancare la spinta allo sviluppo ed all’evoluzione. C’è stato un tempo in cui illustri pensatori, e poi partiti politici, hanno teorizzato di dare tutto a tutti, di dare ad ognuno secondo le sue necessità. Per raggiungere il nobile obiettivo lo stesso Stato si è fatto imprenditore. Sono nati l’assistenzialismo e lo statalismo. Oggi sono in tanti a constatare che l’Italia può essere considerata un’Azienda che compete con le altre Aziende-Stati nella produzione di ricchezza e lavoro. Tenendo conto che l’economia è un’addizione a somma zero (per uno che produce c’è un altro che non produce), nasce la consapevolezza di dover essere necessariamente molto più competitivi. C’è stato un tempo in cui illustri pensatori hanno teorizzato che solo la grande industria fosse in grado di occupare gran masse di lavoratori. Partiti politici hanno considerato queste teorie le più adatte al mantenimento del controllo e del consenso sui lavoratori ed hanno escogitato forme nascoste di finanziamento dei grandi gruppi industriali. Oggi sono in tanti a constatare che la lotta alla disoccupazione si affronta aiutando soprattutto la piccola e media impresa con bassi tassi di interesse, con un sistema fiscale leggero, abolendo i vincoli burocratici, lottando con convinzione la criminalità organizzata, creando le infrastrutture necessarie. C’è stato un tempo in cui illustri pensatori, e poi partiti politici, hanno creduto che una democrazia fosse tanto più democratica quanto più numerosi fossero i centri di decisione e mediazione. Hanno adottato un sistema elettorale proporzionale e modellato il sistema istituzionale in modo tale che la classe dirigente venisse selezionata solamente all’interno della loro casta, da loro stessi. Ogni nomina o elezione era opera di continue mediazioni e tutti erano ricattabili da tutti, perché senza il consenso degli altri operatori della politica non si riusciva a governare. E’ stato facile constatare che il popolo, che doveva essere il beneficiario di un sistema di gestione così partecipativo, non è mai riuscito ad essere protagonista dell’agire politico. La conseguenza della distribuzione del potere in mille rivoli, oltre a neutralizzare il principio di responsabilità, perché si finisce per non sapere mai di chi è la colpa se qualcosa va storto, è stata la creazione di un enorme ceto politico parassitario. Si è fatto perciò strada il desiderio di una maggiore democrazia diretta. Il popolo almeno sarà determinante nelle scelte di fondo di indirizzo politico e soprattutto nella selezione dei governanti. C’è stato un tempo in cui illustri pensatori, e poi partiti politici, hanno fatto del garantismo una bandiera, quasi si vivesse in un paese con pochi crimini ed una tenuta sociale rassicurante. Ebbene, ci sono ambienti, territori, dove la parola garantismo sembra un’ipocrita bestemmia.


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