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Il lavoro come progetto culturale

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Ieri sera con alcuni amici abbiamo intavolato una chiacchierata sul ruolo che il lavoro dovrebbe avere nella nostra vita.

Il “relatore” suggeriva che il lavoro è comunque fatica, che bisogna saperlo dosare, perché il carrierismo è un terreno scivoloso, dove è facile cadere senza neanche accorgersene.

Mentre lo ascoltavo, pensavo dentro di me che sin da sempre la mia vita è stata molto impegnata, veramente molto.

L’ho sempre fatto con passione e la fatica l’ho sempre vissuta con la serenità di chi ha una missione da compiere.

A tal proposito mi piace ricordarvi la Parabola dei Talenti, dove Gesù in maniera maestrale dava la giusta chiave di lettura della vita.

A volte anch’io mi sono domandato quale energia mi facesse correre così tanto e, prima inconsciamente, poi sempre più consapevolmente, si è fatto chiaro dentro di me il mio Progetto.

A questo punto devo fare una piccola digressione, perché altrimenti non si capirebbe poi il ragionamento nel suo insieme.

Sin da giovane ho detestato le ingiustizie e le prepotenze e accarezzavo l’idea di dedicare la mia vita ad un lavoro che potesse assecondare questa mia sensibilità (politica? religiosa? sociale? culturale? decidete voi).

In quegli anni ho pensato di arruolarmi in magistratura o nelle forze dell’Ordine, ma poi compresi che quando il pesce puzza, puzza sempre dalla testa, e così immaginai di dedicarmi alla politica e negli anni universitari feci un’esperienza coinvolgente in campo politico-universitario.

Alla fine del mio ciclo di studi un’amara verità venne fuori: i politici galleggiavano sull’acqua, ma non la depuravano. 

Insomma, neanche quella strada mi avrebbe portato a dare quel contributo in questa vita che mi piacerebbe rimanesse alla fine dei miei giorni.

Arrivai alla conclusione che solo il cambiamento delle coscienze, la cultura, può essere il lievito che aiuta il mondo ad essere migliore e mollai la politica mettendomi contemporaneamente a studiare, per colmare i gap rimasti dal periodo universitario, e a lavorare, per cominciare a crearmi il mio spazio vitale.

Chiarito questo passaggio esistenziale ritorno al Progetto.

Nel mio super-attivismo quotidiano ho sentito delinearsi giorno dopo giorno dentro di me un sogno: creare in una terra difficile, la Sicilia, carica di tutte le tare culturali dell’assistenzialismo, del clientelismo, della burocrazia più ottusa, degli sprechi del denaro pubblico più sfacciati, una piccola comunità di uomini e donne che amasse il suo lavoro e accettasse di viverlo secondo i canoni di una civiltà vera e non autoreferenziale.

Ho sognato di organizzare un gruppo di giovani che riuscisse a essere competitivo nel lavoro, puntando tutto sul rispetto di ogni persona, sulla trasparenza nella conduzione aziendale, su accordi non scritti che abbiano più valore di tonnellate di inutile carta, su compensi legati alla propria dedizione al lavoro e ai risultati raggiunti da se stessi e dall’azienda.

In altre parole, puntando tutto sull’amore e sulla passione per quel che si fa, creando anche una capacità di stare sul mercato che, se in linea teorica si spostassero i nostri uffici domani a Barcellona, Londra o New York, non dovremmo soffrire di alcun gap competitivo perché il nostro “sistema” macinerebbe lo stesso.

Ad oggi, nel nostro piccolo ci siamo riusciti.

Ogni giorno è sempre pieno di pericoli e di difficoltà, ma ad oggi ce l’abbiamo fatta.

Lo considero il mio Progetto culturale perché l’esempio, il buono come il cattivo, è un “virus pericoloso”.

Il mio sogno è che la contaminazione del nostro buon esempio, il dato che si può lavorare con successo puntando solo sulle proprie capacità e sui propri meriti, senza raccomandazioni e distorsioni, aiuti il nostro mondo ad essere migliore.

Ognuno in questa vita deve fare la propria parte assecondando il disegno che Dio ha per lui, io penso di aver trovato la mia strada.


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