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Quando l’indole di un popolo ha un egoismo patologico non si fa sistema e la disorganizzazione ha la meglio

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Per lavoro viaggio spesso fuori dall’Italia e mi capita di soffermarmi a riflettere sul perché, nel confronto con altre nazioni, noi italiani non siamo bravi nella gestione di ogni forma di organizzazione. Partiamo dall’assunto che ogni uomo sulla faccia della terra ha una componente di egoismo alta, ma fisiologica. Poi ci sono aree del mondo dove l’egoismo invece raggiunge la patologia. L’Italia è una di queste aree. L’italiano di norma fa una sola eccezione al proprio egoismo, il proprio nucleo familiare. E quest’approccio, questa mentalità, ci fanno lavorare male, perché gli unici obiettivi che vengono considerati importanti sono quelli personali, mentre le performance dell’azienda per cui si lavora (sulla pubblica amministrazione taccio per amor di patria) sono considerati quasi irrilevanti, almeno fin quando non finiscono per intaccare i propri interessi individuali. Come nello sport, maestro di vita, può una squadra di calcio senza attaccamento alla maglia, dove i giocatori pensano solo a se stessi e non fanno gioco di squadra, vincere il campionato?
L’indole di un popolo non si cambia nel giro di pochi anni e, dato che il benessere generale lo crea il sistema Paese, che si fa? Provare a imporre con la forza ai più quello che per indole è lontano da loro? Funzionerebbe? Si può cambiare l’indole? O per amor di pace assecondarla e continuare a convivere con la disorganizzazione e col conseguente degrado?

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