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L’Italia ha bisogno di una vera riforma del mercato del lavoro

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Come dice Draghi “la riforma del mercato del lavoro dovrà incentrarsi sul migliorare la flessibilità e gli aspetti di equità. C’è un mondo del lavoro a due velocità: molto flessibile per i giovani ed altamente inflessibile per la parte protetta della popolazione, dove i salari riflettono più l’anzianità che la produttività. Proprio per questo i mercati del lavoro attuali risultano iniqui, perché gettano tutto il peso della flessibilità sulle spalle dei giovani”.

Forse più che parlare di destra contro sinistra (parole che avevano molto più senso 100 anni fa) siamo in presenza di una guerra subdola di adulti contro giovani.

L’Italia per confrontarsi con qualche chance di farcela in un contesto internazionale così competitivo avrebbe estremo bisogno di un ceto dirigente giovane e nativo digitale, ma ancora in molti settori vitali siamo governati da vecchi.

Come si vince una guerra mandando al fronte i vecchi?

E ce la possiamo permettere una classe dirigente che considera i propri privilegi una variabile indipendente dai risultati?

Ce lo possiamo permettere un Paese dove i nonni con le loro pensioni retributive rubano risorse ai nipoti?

Ce lo possiamo permettere che ancora nel pubblico al di là dei proclami l’unico criterio è l’anzianità, senza alcuna reale correlazione fra la dinamica retributiva e la valutazione del merito individuale?

In parte sembra che persisti ancora nella cultura italiana una fase post-feudale, con poco rispetto per le regole e nessuna voglia di responsabilizzarsi con meritocrazia e trasparenti regole di mercato.

Cambiamo questo modo di pensare e tutti i problemi uno dopo l’altro potranno essere risolti, perché a noi italiani non manca certo la caparbietà e la creatività, ma questa maledetta mentalità del passato ci sta tenendo imballati.

E’ con la mission di contribuire all’ammodernamento nel modo di pensare che a Catania, una delle città più vivaci del Sud, è nato l’11/11/11 Il Tavolo per le imprese, un opinion maker sulla cultura d’impresa, partendo dalla considerazione che solo uomini che creano valore e stanno sul territorio possono rappresentarne le aspirazioni.


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