Liberalismo e fallibilità del legislatore. Whig e tolleranza sociale e religiosa. Interventismo e democrazia in deficit

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Il liberalismo, a partire dal tardo seicento, sfata il mito platonico del legislatore onnisciente e giusto, in quanto consapevole che una prima verità sulla condizione umana è la sua ignoranza e fallibilità. Secondo il liberalismo perciò è irragionevole dar fiducia ad un legislatore dal potere illimitato e quindi inevitabilmente repressore delle libertà individuali. Il liberalismo mette in altre parole al centro la libertà individuale conseguita tramite la limitazione e il controllo del potere politico. Lo Stato deve intervenire solo quando è veramente necessario nella vita dei cittadini, che per il resto devono essere liberi di far le loro scelte.
I primi ad interessarsi di liberalismo sono stati i Whig, uno dei principali partiti politici in Inghilterra tra il tardo seicento e la metà dell’ottocento. Il partito Whig ha avuto un consenso limitato rappresentando le classi sociali più evolute. Per le sue connotazioni di tolleranza sociale e religiosa è considerato antitetico al partito Tory, fortemente monarchico e contrario a qualsiasi religione diversa dall’anglicanesimo. Nel corso del XIX secolo il programma politico dei Whig abbraccia non più solo gli ideali del libero scambio e di un parlamento dominante rispetto al monarca, ma anche l’abolizione dello schiavismo e l’ampliamento del suffragio. Nel 1859 i Whig formano il Partito Liberale e diventano il riferimento politico delle tre leggi fondamentali sulla convivenza di David Hume che sono alla base del sistema giuridico della common law: la stabilità del possesso, la trasferibilità col consenso e il mantenimento della promessa. La common law non deriva da norme morali, ma si forma nel tempo dall’interazione tra gli individui. In altre parole, gli individui interagiscono e l’interazione secerne norme e quindi istituzioni.
Alternativa alle idee liberali è l’interventismo, che può considerarsi una malattia professionale dei politici, perché il ceto politico ha sempre interesse ad allargare la sfera della propria influenza. Questa bulimia di potere deve essere frenata dai cittadini a difesa della propria libertà di scelta individuale. I politici, con l’alibi della sovranità popolare, hanno l’attitudine a sforare la regola del pareggio di bilancio e a pagare il consenso mediante la continua dilatazione del perimetro dei beni pubblici. Inevitabilmente si creano certe ingiustizie, perché si viola il principio di uguaglianza davanti alla legge privilegiando gruppi di interessi particolari. Si entra in una strana forma di democrazia, la democrazia in deficit, con una corsa ad acquisire i privilegi e un’allocazione discrezionale e non competitiva delle risorse, portando al declino di produttività ed efficienza e quindi, nel tempo, della ricchezza della nazione.
In altre parole, bisogna aver ben chiaro che la regola di condotta del pareggio di bilancio serve proprio a frenare l’avidità del ceto politico.

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Giuseppe Ursino

Giuseppe Ursino

CEO del JO Group, cluster di aziende nato nel 1998 con core business in digital transformation e consulenza su fondi europei

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