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Scacco matto?

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Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Italia è distrutta.

Negli anni ’50 e ’60 avviene il rilancio economico con un PIL in crescita in media del 5,8%. In quel periodo l’Italia è ancora un’economia agricola ed industriale e può tollerare senza grandi danni di essere rimasta un’area ad illegalità diffusa. I bassi salari e l’uscita dall’autarchia fascista hanno permesso agli italiani di competere col mondo e di esportare.

 

Alla fine degli anni ’60, col benessere sociale e l’aumento dei salari, diminuisce il differenziale di costi dai concorrenti e perdiamo velocemente capacità competitiva. In quegli anni i paesi più moderni si trasformano da economie di produzione ad economie di servizi, mentre gli italiani si incartano. Aumentano le tensioni sociali, non sappiamo reagire alla crisi petrolifera, siamo fagocitati da corruzione, clientelismi, burocrazia inefficiente ed evasione fiscale e non abbiamo nessuna volontà e capacità di trasformarci in una società di terziario e tecnologie avanzate, che sarebbero un contesto incompatibile con l’illegalità diffusa perché costruito su processi imperniati su trasparenza e meritocrazia. E’ l’inizio della fine.

Negli anni ’70 e ’80 la brusca frenata della nostra economia viene “drogata” della crescita di spesa e debito pubblico, cominciamo così a vivere al di sopra delle nostre possibilità e manteniamo a deficit un PIL in crescita del 3%. Ed in questo modo, col doping, il ceto politico mantiene inalterato il suo consenso, iniziando a rubare il futuro alle nuove generazioni a cui poi rimarrà il cerino in mano (perché prima o poi i debiti bisogna pagarli). I dazi doganali mantenuti dall’Unione Europea ci permettono di continuare ad esportare in Europa nei settori a basso contenuto tecnologico come i mobili o l’agroalimentare. Mentre, invece, perdiamo il treno nei settori del futuro, dove occorre un Sistema Paese per poter competere; difatti nell’high-tech se non funzionano scuola, università e ricerca la chance di essere competitivi è pari a zero.

Dagli anni ’90 in poi, nella “società della conoscenza”, il Paese letteralmente si ferma imballato e comincia ad indietreggiare scivolando in ogni graduatoria internazionale agli ultimi posti. E così mentre la liberalizzazione del commercio internazionale distrugge quelle nicchie che ci hanno permesso di vivere nei decenni precedenti, il Paese si incarta ancor di più per una sfiducia diffusa, uno Stato con burocrazia e fiscalità sempre più oppressiva, una manodopera tra le meno istruite, una corruzione dilagante, una scuola ed università in sfacelo. Addirittura si arriva a misurare un analfabetismo di ritorno che copre circa il 50% della popolazione e che ci impedisce di promuovere una classe dirigente nelle istituzioni pubbliche all’altezza delle difficoltà della sfida, ma al contrario vengono premiati i più spregiudicati, i senza scrupoli, arriviamo a trasformare l’Italia in una “peggiocrazia”.

Siamo vicini allo scacco matto.


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