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Sognare e lottare per un mondo migliore è una “medicina”

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Sarò un po’ idealista (cosa che per alcuni è considerabile come un punto di debolezza o di pericolosità), ma lottare per qualcosa in cui credo mi ha sempre dato energia ed entusiasmo, cose che mi hanno permesso di raggiungere risultati insperati nella vita.

Da giovane (erano gli anni del maxi-processo a Cosa Nostra) ho pensato di fare il magistrato antimafia.

Poi mi sono convinto che “il pesce puzza dalla testa” e così, durante gli studi di Economia, mi sono impegnato per un paio di anni nella politica universitaria.

Con quell’esperienza ho capito che il problema di fondo era la “cultura popolare” che frenava ogni cambiamento in meglio e, finiti gli studi universitari, mi sono chiuso nel mio recinto, puntando solo sulla mia formazione post-universitaria per crearmi un futuro. 

Quando ho iniziato a lavorare non pensavo di diventar un imprenditore (vengo da una famiglia di impiegati).

Avrei piuttosto voluto fare il manager (erano gli anni degli yuppies) o il giornalista.

Nel contesto catanese giocoforza mi son dovuto rideclinare come professionista.

Appena ho consolidato la mia posizione professionale (primum vivere deinde filosofare), eccomi finalmente uscire dal recinto e, per cominciare, ho “armato guerra” per cambiare i vertici nel mio Ordine professionale.

Poi, assaporando il piacere delle sfide, mi sono lanciato nella carriera imprenditoriale.

Vita dura, che ti mette alla prova ogni giorno, insomma adatta a me.

Anche qui, appena ho sentito di avere le spalle abbastanza larghe, mi sono gettato nella mischia ed ho iniziato un cammino tra le associazioni datoriali, che a livello formativo sono state un’altra formidabile palestra di vita.

Negli anni sono giunto alla conclusione che l’uomo “normale”, se non è costretto da condizioni di forza maggiore, non ama il cambiamento, ne è intimorito, perché la conservazione sarà noiosa, ma è rassicurante.

E così ho fatto un “investimento” sulle cosiddette élite, nella speranza che, come è stato nella Storia, siano le piccole minoranze di qualità a spingere le masse verso il progresso.

Ma questi tentativi in organizzazioni laiche o religiose, istituzionali o meno, mi hanno lasciato un po’ perplesso perché valgono come network, molto meno come forza del cambiamento.

Il loro punto di debolezza è che puntano alla quantità, a “contare”  acquisendo tanti partecipanti, ma così la qualità degli aderenti non è migliore dell’uomo medio (insomma non funziona il filtro all’ingresso).

Quindi, secondo me, oggi non esistono in Italia vere élite.

Forse per formarsi hanno bisogno di contesti storici che ne creano le condizioni per nascere e crescere. 

E così, senza la sponda di élite degne di questo nome e con “l’uomo della strada” che peggiora (si dice “uomo di altri tempi” per parlare di un galantuomo, di una persona perbene, quasi che fosse oggi l’eccezione alla regola), traggo le conclusioni che lottare per un mondo migliore sia solo uno sperpero di energie.

Ma è più forte di me, quando vedo o leggo di ingiustizie e soprusi sento il richiamo della foresta, la voglia di combattere.

Ed ho capito che va bene così, che è una medicina a cui non rinuncerò mai, mi fa sentire utile, in pace con Dio ed un po’ col mondo. 


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