Su clientelismo, corporativismo, protezionismo e dirigismo

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Scrive Angelo Panebianco: “Spesso sono i governi che bene amministrano quelli che hanno vita breve e vengono cacciati a furor di popolo. I governi che male amministrano, invece, hanno sovente vita lunga e felice. Perché? Perché mentre i primi si occupano del benessere collettivo e così facendo danneggiano e fanno inferocire potenti gruppi organizzati, i secondi sanno costruirsi, a scapito del benessere collettivo, un insieme di clientele (alcune più ristrette e potenti, altre più povere di risorse ma più ampie numericamente) le quali, per non rinunciare ai benefici che il governo elargisce loro, lo sosterranno in tutti i modi. Il buon governo può contare (e nemmeno sempre) su un consenso diffuso ma disorganizzato. Il mal governo si regge, di solito, su un consenso più ristretto ma organizzato. In politica, l’organizzazione ha sempre la meglio sulla disorganizzazione. Per cominciare, la classe politica oggi al governo può contare sull’appoggio di alcune delle più potenti corporazioni del Paese. Il governo Renzi aveva contro sia la magistratura che l’alta dirigenza dello Stato che si sentivano minacciate dalle sue ventilate riforme. Altra è la situazione del governo attuale. L’alta dirigenza ha capito che non ha nulla da temere e, nel caso della magistratura, le sue tensioni con la Lega sono più che compensate dal fatto che i Cinque Stelle hanno sempre dichiarato la loro volontà di esserne l’obbediente braccio politico… Prendiamo la questione del protezionismo. Innalzare dazi, protegge certe industrie inefficienti scaricandone i costi sui consumatori. Il protezionismo, in altri termini, colpisce il benessere dei più per favorire il benessere di pochi. Ma i più (i consumatori) sono disorganizzati e quindi hanno scarso peso politico, mentre i pochi (gli addetti all’industria inefficiente) sono organizzati. I dazi li «fidelizzano»: una volta ottenuto il dazio essi non smetteranno mai di appoggiare il governo che glielo ha concesso (per timore che altri governanti lo tolgano di mezzo). L’opposizione governativa al trattato di libero scambio Canada-Europa rientra in questa logica. Più in generale, puntare su una economia chiusa in nome di un preteso neo-nazionalismo provoca danni economici (l’economia langue), ma genera vantaggi politici che tendono a protrarsi oltre il breve termine: assicura il consenso senza riserve al governo della parte più inefficiente del mondo della produzione, accresce il dirigismo, ossia il controllo politico sull’economia, mette a disposizione della politica risorse da distribuire alle clientele. Si capisce perché né i Cinque Stelle né la Lega apprezzassero Sergio Marchionne: era il simbolo di una economia aperta, efficiente e dinamica. Il loro ideale economico (come quello dei loro amici della Cgil) è l’opposto… Si aggiunga a tutto ciò l’impotenza dell’opposizione… Dovrebbe nascere (ma occorrerebbe una nuova leadership), sulle ceneri di quella parte del Pd che non vuole consegnarsi ai Cinque Stelle, nonché di quella parte di Forza Italia che non vuole morire leghista, un nuovo movimento politico. Chiamatelo, se volete, «neo-centrista». Dovrebbe presentare al Paese una proposta credibile: difesa dell’economia aperta, riaffermazione della scelta di campo occidentale, una politica dell’immigrazione che combini un serio contrasto all’immigrazione clandestina con il governo di quella regolare-legale.”
Molto bravo Panebianco in quest’articolo sul Corriere. Non ho mai avuto una tessera di partito, anche se seguo con interesse la politica, e, se nascesse quello che Panebianco auspica, per la prima volta nella mia vita la prenderei, perché ci sono troppe cose storte in questa società e non si vede una luce in fondo al tunnel.


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